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Cultura della mediazione: imparare a litigare bene per rispettare l’altro



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-Imparare a gestire i conflitti nel rispetto dell’altro. Nasce da questo obiettivo l’incontro promosso dall’Autorita’ garante per l’infanzia e l’adolescenza, Filomena Albano, alla Camera dei Deputati per discutere insieme a mediatori ed educatori sull’importanza della cultura della mediazione.

“Vogliamo che i nostri giovani imparino a gestire i rapporti con gli altri, ad attraversare il conflitto e a sviluppare il rispetto verso le persone”, ha detto Filomena Albano. “La cultura della mediazione e’ trasversale: riguarda la famiglia, la scuola ma puo’ e deve essere presente anche in ambito penale. Non si smette mai di essere padre e madre per questo i genitori devono apprendere una nuova modalita’ di gestione della famiglia dopo la separazione. A scuola sono sempre piu’ frequenti episodi di aggressivita’: gli adulti devono saper diffondere la mediazione tra i pari. In ambito penale, invece, si deve puntare ad una giustizia riparatoria. Si deve responsabilizzare l’autore del reato e dare alla vittima piu’ soddisfazione per il torto subito”.

“Tra i compiti dell’Autorita’ garante per l’adolescenza e l’infanzia”, ha continuato Albano, “c’e’ quello di investire nella mediazione fin da piccoli come premessa per porre nuove basi del vivere civile. Per questo organizzeremo degli incontri con i ragazzi delle scuole di secondo grado: i giovani che parteciperanno a questo progetto saranno gli strumenti attraverso cui diffondere la cultura della mediazione nel nostro Paese. Un ragazzo dell’istituto minorile di Palermo ci ha detto che grazie alla mediazione ha imparato ad ascoltare non solo con le orecchie ma con il cuore. Ha capito l’importanza delle parole per risolvere senza ferire. Questo deve essere il nostro obiettivo”.

All’iniziativa ha partecipato anche Michela Vittoria Brambilla, presidente della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza: “Noi dobbiamo essere la voce dei piu’ deboli. In caso di conflitti famigliari la risposta giudiziaria non e’ sempre quella piu’ giusta. Emerge l’esigenza di ripensare i rapporti tra le famiglie, le istituzioni e i servizi. In Italia la crisi della famiglia trova sbocco solo nel circuito giudiziario, in altri Paesi non e’ cosi’: viene incentivata la mediazione. Renderla obbligatoria quando c’e’ di mezzo un minore vuol dire contenere il trauma al quale i figli sono esposti”.

Per Monica Velletti, presidente di G.E.M.M.E. (Groupement Eurpe’en des Magistrats pour la Me’diation) e magistrato del Tribunale di Roma, “la mediazione familiare in Italia e’ arrivata piu’ tardi rispetto al resto d’Europa. La sentenza di un giudice non induce la coppia a ragionare sulla nuova struttura di famiglia che si va delineare dopo la separazione. La mediazione puo’ impostare un nuovo modello culturale: occorre uscire dalla logica della contrapposizione dove c’e’ un vincente e un perdente. Il lavoro del mediatore e’ quello di indagare sugli interessi alla base dei bisogni delle persone coinvolte. A differenza del giudice, il mediatore non si pone al di sopra delle parti e non da’ ragione a l’uno o all’altro. Bisogna sempre ricordare che i bambini ci guardano: e’ dovere dell’adulto creare un equilibrio che dia serenita’ alla famiglia. Per questo e’ necessario riuscire ad imparare a litigare e ricordare che qualunque accordo e’ preferibile alla migliore delle sentenza.

Una autorita’ non puo’ essere vicine alle esigenze dei genitori, la mediazione, invece, e’ frutto di una scelta consapevole capace di perdurare nel tempo e di creare un nuovo assetto familiare”.

(Wel/ Dire