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Depressione, così la scienza cerca di prevederla ed evitarla

Depressione, così la scienza cerca di prevederla ed evitarla

Depressione, così la scienza cerca di prevederla ed evitarla
| mercoledì 14 Marzo 2018

L’analisi delle «conversazioni» elettriche tra diverse aree cerebrali potrebbe presto diventare uno strumento per predire e prevenire la comparsa della depressione. È questa la conclusione cui sono giunti un gruppo di neuroscienziati e ingegneri elettrici britannici dopo aver osservato le peculiarità delle attivazioni cerebrali nei topi molto stressati, come quelli che erano stati posti in una gabbia insieme a loro conspecifici molto aggressivi. Quelli più vulnerabili alla comparsa di comportamenti simili ai sintomi depressivi umani avevano degli schemi di attivazioni elettriche cerebrali molto diverse rispetto a quelle dei topi più resilienti alle avversità.
Nello studio, apparso sulla rivista Cell, gli scienziati non si sono limitati a osservare questa e quell’area, ma hanno fatto un’analisi delle connettività, andando a vedere i collegamenti tra le diverse aree coinvolte nella depressione, come la corteccia prefrontale, l’amigdala e l’ippocampo.

Servendosi di un programma di machine learning, i ricercatori sono arrivati ad un sistema in grado di prevedere la comparsa di sintomi depressivi negli animali. Questa «rete di vulnerabilità», inoltre, è distinta da quella che codifica per la malattia depressiva.

«Quello che stiamo creando è essenzialmente una mappa elettrica della depressione nel cervello», ha detto il professor Kafui Dzirasa, docente di psichiatria della Scuola di Medicina della Duke University e primo autore dello studio. «Speriamo che possa essere usato come una firma predittiva della depressione, allo stesso modo in cui la pressione arteriosa alta è una firma predittiva di chi alla fine avrà un infarto o ictus».

La vulnerabilità individuale a sviluppare disturbi dopo un evento traumatico importante, come un lutto, la perdita del lavoro o altro, è attualmente sotto indagine da parte degli scienziati, intenzionati a capire perché alcuni reagiscono meglio di altri.

Fonte La Stampa

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