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Empatia: ecco come riusciamo ad intuire gli stati mentali di chi abbiamo di fronte

Empatia: ecco come riusciamo ad intuire gli stati mentali di chi abbiamo di fronte

Empatia: ecco come riusciamo ad intuire gli stati mentali di chi abbiamo di fronte
| lunedì 19 Marzo 2018

La capacità di provare empatia potrebbe essere genericamente definita come la possibilità di sintonizzarsi sullo stato mentale di un’altra persona. Ovvero, per esempio, essere in grado di sintonizzarsi col dolore di una persona nostra prossima che vediamo angosciata, o al contrario entusiasta. Prevede che in qualche modo si sia in grado di immaginare e dedurre lo stato mentale dell’altro (di intuirlo) per poi potercisi allineare in senso emotivo: è una capacità che ci permette di abbassare il tono di voce quando parliamo con una persona colpita da un lutto, o di rallegrarci per qualcuno che ha appena raggiunto un risultato atteso e di cui gioisce.

Rappresenta il requisito indispensabile nel contesto della relazione madre bambino, fin dalla nascita: molteplici studi hanno indagato le conseguenze di un’impossibilità empatica da parte della madre, e le conseguenze sullo stato mentale del bambino (per esempio gli esperimenti sulla still face a questo proposito sono illuminanti, e facilmente reperibili in video.

Lo stato mentale dell’altra persona non sembra però essere intuibile solamente per mezzo del cosiddetto linguaggio non verbale (il tono della sua voce, le smorfie che questo fa, la postura, lo sguardo): sembrano esserci altre e più profonde abilità di sintonizzazione empatica, connesse ad altri meccanismi.

Il primo e più conosciuto, è il meccanismo dei neuroni specchio, scoperti e divulgati dal gruppo di Giacomo Rizzolatti di Parma, in grado di attivarsi quando si osserva un altro compiere una determinata azione, permettendo così di capirla e rappresentarla dentro di sé (capiamo la fame di chi osserviamo mangiare, capiamo la determinazione di chi osserviamo performare).
Alcuni reputano questa scoperta di importanza fondamentale per la neuroscienza, tanto da paragonarla a quella che fu per la genetica la scoperta del DNA.

Inoltre, a riguardo dell’empatia (di cui appunto i neuroni specchio sarebbero la base neuroanatomica), alcuni studi evidenziano come sottoporre il cervello a un training sociale, già dall’infanzia, aumenta le competenze dell’individuo per quanto riguarda l’interazione e la capacità di sintonizzarsi con gli altri.

Uno studio effettuato in Canada dal 2006 con il coinvolgimento di 650 famiglie, ha studiato le interazioni intra-famigliari per capire se e in che modo le coppie di fratelli manifestassero una maggior capacità di entrare vicendevolmente in empatia. I risultati che possono essere dedotti da uno studio così vasto e lungo, vanno oltre la questione dell’empatia (per cui la tesi iniziale fu ampiamente confermata): crescere in un ambiente socialmente ricco ha dimostrato essere un predittore di anche altre capacità.

Per fare un esempio, crescere a contatto con altri permette al bambino di arrivare ad auto-regolarsi per mezzo del regolare, prima, gli altri. Come è noto, i bambini usano amici immaginari per modulare emozioni di difficile gestione come la paura o la rabbia. In presenza di fratelli, questi divengono strumenti di interazione per mezzo dei quali il bambino imparerà, successivamente, ad auto-regolarsi in modo più efficace.

Inoltre, uno stile di accudimento efficace e la possibilità di riferirsi a fratelli e sorelle, concorre nel diminuire il rischio di mettere in atto comportamenti «internalizzanti» (gestire emozioni veementi per mezzo di comportamenti diretti a sé – come l’autolesionismo, o in senso lato la depressione) ed «esternalizzanti» (attaccare l’altro o l’ambiente per regolare emozioni non gestibili); entrambe risposte disfunzionali che crescere in una famiglia ricca in termini umani, aiuta ad allontanare.

Fonte La Stampa

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