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Il sorriso dei neonati? Un misto di benessere fisico ed empatia con chi li guarda negli occhi

Il sorriso dei neonati? Un misto di benessere fisico ed empatia con chi li guarda negli occhi

Il sorriso dei neonati? Un misto di benessere fisico ed empatia con chi li guarda negli occhi
| giovedì 8 Marzo 2018

Durante i primi controlli dal pediatra, nelle prime settimane di vita del bambino, può capitare di sentirsi chiedere se il piccolo sorride. I neonati spesso sorridono beati, ma lo fanno involontariamente o no?

Secondo gli studi a disposizione, già durante la gestazione e in particolare nelle ultime settimane prima di nascere, i piccoli sono dotati di un’intensa mimica facciale ovvero provano a corrugare la fronte, a fare smorfie, a piangere e a sorridere. Quest’attività dovrebbe rappresentare una sorta di riflesso dello stato di benessere di cui godono nel pancione. Se la futura mamma è molto stressata o troppo tesa per il parto, per esempio, e quindi produce tanto cortisolo, l’ormone dello stress appunto, il bambino risulta essere più agitato, si muove molto e con la mimica tende a riprodurre il pianto.

Se la mamma è serena, invece, già a livello fetale il piccolo sorride. A tal proposito Andrea Campana, Responsabile UOC Pediatria Multispecialistica Dipartimento Pediatrico Universitario Ospedaliero dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma racconta: «Dopo tanti anni che faccio questo lavoro, quando guardo un neonato negli occhi e inizia a sorridermi ancora non capisco se sono stato io a far ridere lui o è stato lui a donarmi quell’espressione buffa, tra l’innamorato e il divertito che mi trovo puntualmente dipinta sul volto».

Una manifestazione involontaria
Alla nascita ogni neonato tende ad abbozzare spesso sorrisetti: lo fa in maniera del tutto involontaria, ma anche in questo caso si tratta del suo modo di esprimere compiacimento per una sensazione di benessere. Per aumentare e rafforzare tale sensazione di ogni nuovo nato è fondamentale che si instauri un intenso legame fra la mamma e il papà e il piccolo. Questa stretta connessione prende il nome di bonding. Ecco perché subito dopo la nascita si cerca di favorire in ogni modo il contatto pelle-pelle mamma e bambino e si incentivano le stesse a guardare intensamente negli occhi i piccoli proprio per iniziare a saldare quell’intenso legame che solo una mamma riesce a instaurare con il piccolo.

Si tratta di sintonizzarsi con il proprio figlio e a farlo non sono solo le mamme, ma anche i papà o comunque ogni persona che riesce ad empatizzare profondamente con il bebè. Spiega il dottor Campana: «A seconda del mio stato d’animo, prima ancora di avvicinarmi a un neonato e toccarlo, prima ancora di guardarlo negli occhi, già so se piangerà o se si lascerà visitare tranquillo sorridendo».

Coccolare un bambino non significa viziarlo
Per entrare in empatia con il proprio piccolo è necessario cullarlo, tenerlo in braccio, imparare a conoscerlo. Spesso nella nostra cultura tutte queste attenzioni e questo calore umano, viene scambiato con un atteggiamento volto a viziare il piccolo già nelle prime settimane della sua esistenza. In realtà tutto quello che si riesce a fare per aumentare il bonding a qualunque età e ancor di più nel periodo neonatale, non vizia il piccolo, ma mira ad aumentare la sua sensazione di benessere e quindi anche i suoi sorrisi.

I neonati sono anche grandi imitatori: se la mamma sorride spesso, lo faranno anche loro. Il sorriso come manifestazione di divertimento e come stimolo di risposta arriva in genere fra 1 e 3 mesi, ma resta la consapevolezza che un sorriso di un neonato è il suo modo di esprimere la sensazione di benessere in risposta agli stimoli che lo contornano.

Da dove nasca il sorriso di un neonato – precisa campana – è, per molti versi ancora un mistero, ma è chiara la capacità del bambino, già da molto piccolo, di intuire lo stato d’animo di chi lo prende in braccio e di reagire di conseguenza. Ti scruta, aggancia il tuo sguardo e se nasce la magia, ti regala un sorriso. Che si tratti di una reazione inconsapevole o di un tentativo volontario di interazione finalizzata al soddisfacimento di un proprio bisogno, si tratta comunque di una grande conquista».

Fonte La Stampa

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