Il problema della carenza di infermieri in Emilia-Romagna comincia dai corsi di laurea. Non solo perchè le iscrizioni non sono abbastanza e molti posti rimangono vuoti. Ma anche perchè in tanti (in media un quarto, a Bologna fino al 50%) si ritirano prima di finire il corso. I motivi? Svariati, tra cui la difficoltà a rimanere in città come il capoluogo emiliano, tra costo della vita e problema casa. A sollevare la questione è Pietro Giurdanella, presidente del Coordinamento degli Ordini degli infermieri dell’Emilia-Romagna, intervistato dall’agenzia Dire in occasione della Giornata internazionale dell’infermier il prossimo 12 maggio.
“Il problema nasce già dai corsi di laurea- spiega Giurdanella- dove riusciamo a riempire poco meno del 75% dei posti messi a bando. E questo crea due problemi: primo, non riesci a fare selezione; in secondo luogo, non hai il montante”. Cioè le persone non bastano.
Il problema è dovuto anche “al cambio demografico- sottolinea il presidente- perché oggi abbiamo un terzo dei giovani che avevamo negli anni ’60”. Quindi si fa fatica appunto a riempire i corsi di laurea. In più “un altro 25% in media non arriva alla fine dei corsi- avverte Giurdanella- si ritira prima”. A Bologna, poi, il dato è anche peggiore. “I dati dell’anno scorso parlano del 55% di laureati rispetto ai posti”, sottolinea. Spiegare il perchè è complesso. C’è prima di tutto una “difficoltà a stare e vivere a Bologna”, elenca Giurdanella, per il problema casa e i costi della città. In più gli studenti lamentano problemi interni alla stessa Università, a partire dal fatto che non ci sono docenti.“La sola Università di Enna ha un numero maggiore di professori di infermeristica di tutta l’Emilia-Romagna- afferma Giurdanella- ci sono due professori incardinati all’Unimore e basta, Bologna non ha neanche un insegnante. E questo è un problema”. I corsi in infermieristica sono quindi tenuti per lo più da medici o sono insegnamenti a contratto. “Ma così non c’è continuità- segnala Giurdanella- anche nelle scelte organizzative universitarie, perchè nessuno rappresenta la professione e quindi fai fatica a strutturare budget e organizzazione”. Poi aggiunge: “Chi c’è, fa i miracoli.
Ma perché non dobbiamo avere i nostri professori di infermieristica? Lo abbiamo rappresentato all’Università e alla Regione, aspettiamo”.
Per contrastare l’abbandono dei giovani rispetto ai corsi di laurea e alla professione, dunque, “abbiamo evidenziato il fatto che c’è bisogno di investire anche sul benessere professionale dei nostri infermieri- spiega Giurdanella- che riguarda più livelli: il livello economico e contrattuale; il livello organizzativo; la conciliazione dei tempi di vita e lavoro; la necessità di veder riconosciuto lo sforzo formativo che molti infermieri fanno nelle aule universitarie in termini di specializzazione. Abbiamo la necessità di trattare davvero come risorsa una professione che è una risorsa, per noi e per tutti i citttadini, in un’ottica di sistema: Regione, Comuni, ordini professionali, parti sociali e università. Insieme dobbiamo trovare le risposte alla necessità di avere più infermieri, con più competenze”. C’è poi anche un aspetto più organizzativo, segnala ancora Giurdanella, perchè “utilizziamo molte volte gli infermieri per fare qualsiasi altra cosa”, come la burocrazia o il portierato.Invece, gli infermieri “utilizziamoli per fare davvero gli infermieri- sollecita il coordinatore regionale degli ordini- se sono una risorsa necessaria, la devi trattare come tale. O è oro o è alluminio, ma non possiamo pensare di avere bisogno dell’oro e utilizzarlo come alluminio. I nostri infermieri studiano tanto, però non hanno il corrispettivo organizzativo e contrattuale di questo tanto studio. Questo incide molto sull’abbandono“. Sul fronte delle aggressioni, aggiunge Giurdanella, “i pulsanti di emergenza sono sicuramente un’attenzione, anche se le aggressioni non avvengono tutte in Pronto Soccorso“. Le cause sono diverse e “sicuramente c’è un aspetto culturale. Ma c’è anche la necessità di decogestionare il Pronto soccorso- sostiene il presidente- iniziare a dare risposte maggiori sul livello periferico alle persone. Abbiamo visto i Cau, anche questa è una risposta. Ma dobbiamo iniziare a pensare veramente di strutturare una risposta con le Case della Comunità per diluire gli accessi al Pronto soccorso”.
A livello nazionale intanto è stata avviata la discussione sul rinnovo del contratto per gli infermieri. “Aspettiamo da una parte di capire la parte economica- commenta Giurdanella- ma c’è un altro aspetto. Il contratto riuscirà a soddisfare le aspettative di crescita degli infermieri? Chi entra oggi a fare l’infermiere a 20 anni, dopo 45 anni di lavoro è sempre allo stesso livello. I giovani non vogliono più questa condizione”. Di recente sono state varate dal Ministero le lauree magistrali in infermieristica a indirizzo clinico. “Ma questo sviluppo lo dobbiamo inserire nei contratti- avverte Giurdanella- perché se per il comparto viene annoverata solo la laurea triennale, scoraggiamo ancora di più l’attrattività. Proviamo a profilare una crescita degli infermieri senza passarli nel management, ma sviluppandola nella clinica come accade per i medici”.
Fonte: Agenzia DIRE