Il treno impazzito, il camion assassino, il golpe sanguinario. L’era della paura

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Il treno impazzito, il camion assassino, il golpe sanguinario. E dopo ogni tragedia, una piu’ sorprendentemente mostruosa dell’altra, il solito circuito: sgomento, incredulita’, sovraffollamento di immagini, ricostruzioni e un vociare di dolore, commenti, previsioni, accuse e interviste. Poi cala il sipario. E si fa strada una domanda inquietante: cosa accadra’ domani? Quando succedera’ di nuovo? Dove? In che modo? Siamo entrati cioe’ nel tunnel del pensiero catastrofista. Benvenuti quindi nell’era della paura.

La postmodernita’ tecnoliquida ci ha scaraventato nell’incertezza, nel fluire delle forme cangianti senza sostanza, nell’istante e nel provvisorio. Insomma la rinuncia all’identita’, alla stabilita’, alla progettualita’ ha creato la premessa. E cosi’ il terrorismo “totale” non ha avuto difficolta’ a sbriciolare le ultime certezze.

Percio’ oggi sprofondiamo nella paura. Paralizzati, nell’attesa di una nuova catastrofe. Il presidente Hollande non lo ha nascosto: “Sappiamo che ci colpiranno ancora”. Ecco il trionfo del pensiero catastrofista in salsa presidenziale. Siamo in attesa. In una cupa attesa, imbarcati in una sorta di micidiale roulette russa. A chi tocchera’? Se scorriamo editoriali e commenti non possiamo non restare disorientati: nessuno riesce a rispondere in modo convincente.

In fondo siamo dentro una guerra postmoderna: non eserciti, ne’ campi di battaglia, ma vittime casuali e luoghi innocenti.

Il pensiero catastrofista esprime fino in fondo la fragilita’ e la paura dell’Europa. Di una Europa ipocrita. Si’, ipocrita: abbiamo paura perche’ la nostra cultura ha rinnegato le nostre profonde radici identitarie religiose, immolate sull’altare del laicismo, e temiamo il suo definitivo sgretolamento se rapportata a culture che non rinunciano di certo alle proprie radici.

Abbiamo paura perche’ abbiamo rinunciato alla ricerca del senso e del significato, schiacciati come siamo dalla necessita’ di soddisfare l’elefantiasi dei nostri bisogni. Abbiamo paura perche’ siamo cosi’ poco aperti alla speranza da non fare figli e percepiamo la forza e la potenza dei popoli che, anche se miseri, fanno figli. Abbiamo paura perche’ stiamo costruendo una Europa depressa, che lotta per l’eutanasia e il suicidio, come fossero diritti, e non abbiamo piu’ la forza e la voglia di lottare per la vita. Abbiamo paura perche’ ci siamo illusi che la felicita’ coincida con l’illimitatezza dei desideri. Abbiamo paura perche’ alla solidarieta’ e alla stretta di mano preferiamo squallide chat piu’ o meno erotiche e l’incontro occasionale e non sappiamo piu’ assumerci la responsabilita’ dell’altro. Abbiamo paura perche’ stiamo crescendo una generazione di ragazzini e giovani mai cosi’ devastata dall’alcol e dalla droga, come narrano gli ultimi rapporti Ocse, e guardiamo smarriti allo specchio la nostra fragilita’ di adulti, invocando leggi per miracolose liberalizzazioni come risposta al dilagare dell’euforia chimica. Abbiamo paura perche’ siamo vecchi e non siamo piu’ in grado di scommettere sul futuro e pensiamo che le persone con l’Alzheimer siano un peso e nient’altro e guardiamo ammirati il nord Europa, dove le leggi ne consentono la soppressione eutanasica. Abbiamo paura perche’ ogni feto malformato e’ sacrificato sulla rupe Tarpea di una moderna eugenetica. Abbiamo paura di noi stessi. E siamo li’, tentati di farla finita con l’Europa dei nobili principi, della solidarieta’, della civilta’ che pone al centro la persona e del reciproco aiuto fra Stati. Stanchi e paralizzati, come Firs, il vecchio servitore del “Giardino dei ciliegi” di Cechov, che impotente assiste al fallimento devastante dei suoi padroni, ebbene proprio come Firs, osserviamo lo svuotamento, il decadimento e la fine di un’epoca senza neanche capirla.

Uscire dalla paura significa ricominciare da noi, ripartire da quella briciola di umano che ancora c’e’, ripartire dal piccolo e averne cura. Uscire dalla paura significa tornare a puntare sulla vita.

Che nessuno sia uno stanco e vecchio Firs, ma che ognuno di noi possa uscire dalla caverna delle chat, dei social e del frammentario per recuperare la capacita’ di incontrare l’altro. No all’Europa dell’eutanasia e della morte, si all’Europa della speranza e della vita. (Agenzia Sir) (Wel/ Dire)

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