Proteine shock, effetti anche su SLA e Alzheimer

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Esistono proteine dette “da shock termico” o “da stress”, e sono capaci di rallentare il decorso di alcune malattie: la loro azione, in particolare, si esprime dopo fenomeni di stress, che ne fanno aumentare i livelli e l’azione. Così, gli studi specifici sono partiti e appaiono a buon punto per approfondirne le immediate applicazioni, a partire dalla cura della cataratta, ma anche dell’Alzheimer e della Sla. Se n’è occupata una 43enne ricercatrice carpigiana, rientrata in Italia perché vincitrice del Programma giovani ricercatori Rita Levi Montalcini: si tratta della prof Serena Carra, del dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze dell’Università di Modena e Reggio Emilia, che da tempo studia l’importanza dei complessi proteici e le loro possibili implicazioni in malattie neurodegenerative e neuromuscolari. La ricerca in questione, avviata dalla docente Unimore nel 2005 in Canada, si focalizza sulle proteine sHsp, dette da “shock termico”: sono espresse non solo nei mammiferi e nell’uomo, ma anche in batteri, lieviti ed organismi vegetali, come riso e piante, dove svolgono importanti funzioni per difendersi da siccità, aumenti nella concentrazione salina, variazioni di pH, attacchi da parte di agenti patogeni. Nell’uomo la loro funzione serve per proteggere da stress come febbre, infezioni virali, agenti esterni di vario tipo e contro l’aggregazione proteica, che presenta un ruolo spesso negativo in patologie, appunto, la cataratta ed alcune malattie neurodegenerative come l’Alzheimer e Sla.

Gli studi portati avanti, da alcuni colleghi internazionali, dimostrano che aumentando i livelli di espressione delle proteine da ”shock termico” si hanno effetti positivi su patologie cardiovascolari, neuropatie motorie, cataratta congenita, malattie neurodegenerative e su alcuni tipi di tumore”, spiega Carra. Che aggiunge: “Per quel che riguarda l’impiego concreto dei risultati della ricerca, gli ambiti di applicazione sono svariati. Abbiamo riscontrato che le proteine da shock termico aumentano la resistenza allo stress causato, ad esempio, da infezioni o temperature elevate, nelle coltivazioni di riso e grano. Dare impulso a questo settore scientifico- avanza allora la prof Unimore- può evitare l’utilizzo di pesticidi e contribuire a risolvere il problema della carenza di cibo in varie zone del pianeta”. La più immediata applicazione riguarda la cura della cataratta, perché l’efficacia delle proteine da stress è già stata provata a livello sperimentale sui topi, ed è già stato attirato l’interesse di case farmaceutiche disposte a sviluppare le proteine in ballo. Ma “il nostro obiettivo- conclude Carra- è confermare su modelli animali complessi i risultati ottenuti finora relativamente alle patologie neurogenerative come la Sla. Le proteine da shock termico riducono gli aggregati di proteine tossiche che portano alla disfunzione dei neuroni e migliorano la vitalità neuronale. I test sono stati effettuati, per ora, solo sui moscerini, ma ci impegneremo a individuare potenziali approcci utilizzabili in futuro- rimarca la ricercatrice modenese- per rallentare la progressione della malattia in modelli animali più complessi, quali il topo ed infine nell’uomo”.

FONTE DIRE

Foto in copertina www.freepik.com

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