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Leucemia: studio italo-americano su cellule che fin dalla diagnosi predicono possibili recidive

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Un passo avanti per prevedere già al momento della diagnosi il rischio di ricaduta di una diffusa neoplasia pediatrica, la leucemia linfoblastica acuta di tipo B. La notizia viene da uno studio apparso sulla rivista Nature Medicine. La recidiva, che continua a essere una delle prime cause di morte per tumore, è da tempo al centro dell’attenzione dei ricercatori. Infatti, dalla cosiddetta malattia minima residua, le cellule tumorali resistenti alla terapia, anche a molti anni dalla fine delle cure, la malattia può ripartire.

Il team italo-americano, composto da ricercatori dell’Università di Stanford e del Centro Matilde Tettamanti della clinica pediatrica Università Milano Bicocca al San Gerardo di Monza, ha osservato che alcune particolari caratteristiche funzionali della cellula tumorale, responsabili della ricaduta, sono già presenti al momento della diagnosi.

PREVEDERE LA RECIDIVA FIN DALLA DIAGNOSI
Il risultato è stato ottenuto grazie alla messa a punto di un modello statistico di predizione delle ricadute, definito come Developmentally Dependent Predictor of Relapse (DDPR). «Nel nostro studio – commenta Jolanda Sarno, ora all’Università di Stanford grazie ad una borsa AIRC e prima autrice dello studio –abbiamo utilizzato una tecnologia innovativa, la citometria di massa, in grado di individuare, quantificare e analizzare contemporaneamente decine di parametri biologici e funzionali in ogni singola cellula. Le cellule leucemiche di B-LLA alla diagnosi sono state confrontate con la loro controparte sana mediante un programma bioinformatico al fine di individuare i profili più caratteristici delle cellule leucemiche. I profili ottenuti sono poi stati confrontanti nei pazienti ricaduti rispetto a quelli in remissione (non ricaduti), ed utilizzando un approccio di “machine learning” sono state identificate le caratteristiche funzionali predittive della ricaduta».

MONZA: CENTRO DI RIFERIMENTO NAZIONALE
Monza, dove si curano il 20 per cento dei casi di leucemie in Italia e che riceve e analizza ogni anno circa 450 campioni di DNA, è da tempo un centro chiave nella rete oncoematologica pediatrica del Paese, costituita dall’Associazione Italiana di Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP).

«La clinica pediatrica – spiega il suo direttore Andrea Biondi, direttore scientifico della Fondazione Monza e Brianza per il Bambino e la sua Mamma – ha coordinato per l’Italia, all’interno di un network europeo, la standardizzazione e l’applicazione della tecnica di misurazione della malattia residua minima in tutti i bambini e adolescenti con leucemia linfoblastica acuta di tipo B dei centri dell’Associazione Italiana Ematologia e Oncologia Pediatrica (AIEOP). Questo studio si colloca quindi all’interno di una storia e di un’esperienza di ricerca decennale che pone il nostro centro come punto di riferimento in Italia».

DESCRIZIONE DELLA LEUCEMIA LINFOBLASTICA ACUTA
La leucemia linfoblastica acuta (LLA) è una neoplasia del midollo osseo, la più frequente in età pediatrica e costituisce il 75 per cento dei casi di leucemia e il 25% di tutte le diagnosi di tumore tra i 2 e i 5 anni. La LLA prende origine dai linfociti, cellule del sistema immunitario, nel midollo osseo ed è caratterizzata da un accumulo di queste cellule nel sangue, nel midollo osseo e in altri organi. In seguito alla trasformazione tumorale dei linfoblasti, i precursori dei linfociti, i processi di maturazione che portano al linfocita «adulto» si bloccano e la cellula inizia a proliferare in modo incontrollato invadendo il sangue e raggiungendo anche i linfonodi, la milza, il fegato e il sistema nervoso centrale.

IL PROSSIMO PASSO
Alla luce degli ottimi risultati ottenuti in questo lavoro, il modello DDPR verrà ulteriormente validato in un numero più ampio di campioni prelevati da pazienti con B-LLA (circa 300) che saranno messi a disposizione dal COG (Children’s Oncology Group) americano. La prospettiva fa ben sperare che i risultati si convalidino con l’ampiamento dello studio.

Fonte La Stampa

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