Citomegalovirus, quel pericolo spesso sottovalutato in gravidanza

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Ogni giorno il nostro corpo viene in contatto con virus e batteri. Spesso non ce ne accorgiamo perché in una persona sana, grazie al sistema immunitario, riusciamo ad eliminarli senza conseguenze. Ci sono però dei momenti nella vita in cui bisogna stare maggiormente attenti al pericolo di infezioni. Uno di questi è la gravidanza e, in particolare, il primo trimestre. Tra i vari virus e microrganismi a cui prestare attenzione il Citomegalovirus rappresenta una delle insidie più grandi nel corretto sviluppo del feto.

Cure non ce ne sono, la prevenzione del contagio e l’immediato intervento appena il bimbo è nato sono le sole strategie d’azione. E’ questo uno degli argomenti che verranno discussi oggi a Torino al congresso dell’AMCLI, l’Associazione Microbiologi Clinici Italiani.

Che cos’è il Citomegalovirus?

Come spiega la professoressa Tiziana Lazzarotto, microbiologa presso l’Università degli Studi di Bologna e il Policlinico S. Orsola Malpighi, «Il Citomegalovirus è un virus appartenente alla famiglia degli Herpes. Si tratta di un virus molto comune che può infettare chiunque. La caratteristica dei virus erpetici è quella, una volta entrati nel corpo, di rimanere latenti all’interno dell’organismo per tutta la vita. In alcuni frangenti però possono riattivarsi come in caso di indebolimento del sistema immunitario». Spesso l’infezione da Citomegalovirus è asintomatica o comunque presenta sintomi facilmente sovrapponibili ad una blanda influenza. Ecco perché è solo attraverso un test specifico del sangue che è possibile capire se si è entrati in contatto con il virus.

Quali effetti ha nella donna in gravidanza?

Nelle persone in salute il virus non ha effetti dannosi. Anche in gravidanza le conseguenze dell’infezione nella madre sono pressoché inesistenti. A preoccupare è però il passaggio del virus dalla donna al feto. «Il periodo più critico -continua l’esperta- è il primo trimestre della gravidanza. L’infezione materna viene classificata come primaria quando è acquisita per la prima volta durante la gravidanza in una donna precedentemente sieronegativa, e secondaria quando avviene per riattivazione del virus latente o per reinfezione da un nuovo ceppo in una donna che aveva già contratto l’infezione».

Quante donne sono colpite dall’infezione?

Ad oggi le statistiche dicono che circa il 60-70% della popolazione femminile sia positiva al virus, ovvero è entrata in contatto con il Citomegalovirus almeno una volta nella vita e per questo il sistema immunitario è in grado di riconoscere il virus. Il vero pericolo è per il restante 30-40% delle donne. «In questi casi -spiega la Lazzarotto- non essere mai stati in contatto con il virus rappresenta un potenziale rischio se il primo contatto avviene in gravidanza. Il rischio di trasmissione al feto varia fra il 40 e il 50% nella forma primaria ed è solo dell’1% nella forma secondaria». Nel nostro Paese l’incidenza è di poco meno di un infetto su cento nati vivi. Considerando che ogni anno in Italia nascono quasi 600 mila bambini è lecito ipotizzare di avere oltre 5 mila neonati all’anno con infezione congenita da Citomegalovirus.

Quali sono gli effetti sul bambino?

L’impatto di questa infezione sulla salute è considerevole essendo la prima causa di sordità neurosensoriale non genetica in età pediatrica (si ritiene sia responsabile di circa 1/3 delle sordità infantili) ed un importante fattore di rischio per lo sviluppo di deficit visivi, intellettivi e motori. «Fortunatamente circa l’85-90% dei neonati infetti non presenta segni clinici di malattia in epoca neonatale e nella fase adulta. Tuttavia il 10-15% di questi neonati asintomatici ha nei primi 2 anni di vita un rischio aumentato di insorgenza di deficit di sviluppo. In particolare circa il 7% dei bambini asintomatici alla nascita sviluppa deficit uditivo neurosensoriale» spiega l’esperta.

Come si interviene?

Nonostante vari studi clinici in atto ad oggi non esiste una cura validata per limitare i danni del passaggio del virus dalla mamma al feto. Fondamentale è invece l’intervento alla nascita. «Se l’infezione è avvenuta durante la gravidanza il bambino, entro le prime due settimane dal parto, dovrebbe essere sottoposto alla ricerca di eventuali anticorpi per stabilire se è positivo al virus. In questo modo, valutando anche altri parametri, è possibile stabilire se è necessario iniziare una terapia antiretrovirale per limitare l’effetto del virus» spiega la Lazzarotto.

Si può prevenire il contagio?

A differenza dell’influenza, il cui contagio può avvenire in maniera rapida, il Citomegalovirus può essere trasmesso attraverso uno stretto contatto con i fluidi corporei, saliva in particolare. Il modo migliore per limitare il rischio di contagio è dunque un’attenta igiene personale, soprattutto per le categorie di persone più vulnerabili alla malattia come le donne in gravidanza, gli individui immunodepressi, i bambini piccoli o appena nati. «Ad un anno di vita circa il 40% dei bambini è positivo al virus. Sono loro che possono facilmente trasmetterlo alla madre -mai venuta in contatto con il virus- durante una gravidanza successiva. Ecco perché, soprattutto in questo frangente, è sempre buona regola lavarsi le mani con acqua calda e sapone prima di mangiare e di preparare e servire il cibo, dopo aver cambiato i bambini, dopo essere andati in bagno e dopo ogni tipo di contatto con fluidi corporei, specialmente nel primo trimestre» conclude la Lazzarotto.

 FONTE LA STAMPA

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