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Disturbo ossessivo compulsivo, quando ci si sente “colpevoli” di quanto accade

Disturbo ossessivo compulsivo, quando ci si sente “colpevoli” di quanto accade

Disturbo ossessivo compulsivo, quando ci si sente “colpevoli” di quanto accade
| mercoledì 30 Novembre 2016

Il Disturbo Ossessivo Compulsivo (conosciuto con l’acronimo DOC) è caratterizzato da una generica tendenza al rimuginare e a voler controllare compulsivamente (cioè in maniera non del tutto volontaria) le azioni o i pensieri che ci riguardano.

Esistono persone che soffrono di DOC che sentono l’impulso irresistibile di controllare e ricontrollare l’efficacia di un atto svolto («Chissà se ho chiuso a chiave la porta di casa?» seguito da un controllo magari ripetuto più di tre volte, come viene ben spiegato nel testo di Susanne Fricke e Ivar Hand «Avrò chiuso la porta di casa?» e nel libro «La mente ossessiva» a cura di Francesco Mancini), così come individui che sentono di essere poco sicuri a riguardo di pensieri fatti (si sentono terribilmente combattuti prima di una scelta, e dopo averla fatta, il pensiero che quella scelta possa non essere quella giusta diventa disturbante e ossessionante. Oppure sono dubbiosi rispetto alle proprie percezioni, e non si sentono sicuri di ciò che hanno visto o sentito, fino a farne un’ossessione).

Il DOC si manifesta in modi subdoli e diversificati. E’ importante sottolineare che una quota di pensieri ossessivi tocca tutti noi, ed è perfettamente normale scoprirsi eccessivamente dubitativi o controllanti in particolari fasi della vita, o in certe situazioni, soprattutto se si tiene conto che la tendenza al DOC aumenta con lo stress.

La differenza quindi starà nell’invasività del disturbo stesso. Diviene patologia quando il disturbo è pervasivo e ricorrente, tanto frequente da compromettere la qualità della vita in modo permanente e doloroso.

THE NOT JUST RIGHT EXPERIENCE

Alcune interessanti teorie propongono una correlazione diretta tra l’insorgere del DOC e una sensazione definita in inglese «The Not Just Right Experience», ovvero la sensazione di non-finito, che qualcosa «non sia a posto».

In effetti anche questa sensazione è normale e ricorrente in tutti; se diviene tuttavia costante, non permette di portare a termine qualcosa senza che esista il senso che quel qualcosa non sia «veramente concluso».

Oppure immaginiamo la sensazione di non sentirsi a posto, o il sentire (perchè sempre di sensazione si parla, e non tanto di pura cognizione) che una stanza non è sufficientemente in ordine, non come si vorrebbe.

La sensazione di Not Just Right Experience è tipica della condizione mentale ossessiva. «Dovrò aprire e chiudere i rubinetti del gas affinché mi possa sentire sicuro del fatto che il rubinetto sia veramente chiuso».

«Sentirò l’impulso di lavarmi le mani in modo compulsivo per 10 volte affinchè il senso di una “pulizia totale” plachi le mie ansie».

GLI STUDI A RIGUARDO DELLA RESPONSABILITA’

Quello che è interessante sottolineare, è che il disturbo DOC è sempre più studiato in relazione al concetto di responsabilità. Si vuole dimostrare che, laddove la persona si responsabilizzi totalmente dell’andamento di una determinata serie di azioni, aumenti in lui/lei la necessità di controllare e ricontrollare.

Facciamo un esempio pratico. Immaginiamo una donna che abbia il timore di contaminarsi, o che tema che toccando un estraneo possa contagiarsi con il virus HIV. E’ stato osservato che non è di per sè l’idea della pericolosità del virus a produrre il sintomo ossessivo. È altresì il «concorso di colpa» della persona stessa a renderla ossessionata. Se per assurdo qualcuno dicesse a quella persona «è impossibile che tu non ti sia contagiata», ovvero «non hai nessuna responsabilità nel contagio che era inevitabile», il pensiero ossessivo sparirebbe all’istante e il «dolore psichico» assumerebbe una forma diversa.

Quello che è importante sottolineare in altre parole è che il disturbo DOC è intimamente connesso al senso di responsabilità eccessiva che la persona sente in sè in relazione a una determinata azione/serie di azioni.

D’altronde sono esemplificativi alcuni studi fatti in ambito di psicologia del lavoro: tanto più la figura del capo è percepita come controllante, e tanto più quest’ultima attribuisca al lavoratore la responsabilità piena del successo/insuccesso di un determinato processo di produzione, tanto più il lavoratore stesso diventerà insicuro e ossessionato dal livello di perfezione delle sue stesse azioni lavorative.

E’ il momento della «de-responsabilizzazione» e del sentire che le cose «vanno come devono andare» (indipendentemente – in una certa misura- dalle proprie azioni), il momento della liberazione dalla morsa del pensiero ossessivo. Inoltre l’attività fisica è in grado di «sgomberare il campo» mentale e aiuta a non «incagliarsi» in loop di pensiero ricorsivi e masturbatori (a volte forse un po’ semplicisticamente si dice che «l’azione smonta l’ossessione», nel senso che muovere il corpo e attivarlo spesso aiuta a sbloccare circoli di pensiero che hanno questa forma). Infine, è stato osservato che alcune categorie di farmaci (per esempio alcuni farmaci anti-depressivi) aiutano a «de-ossessivizzare» il paziente nei casi più gravi.

FONTE LA STAMPA

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