Infermieri delle Forze armate e della Polizia di Stato: il video del convegno a Roma

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“La prima giornata sull’infermieristica delle Forze Armate e della Polizia di Stato vuole essere un momento di attenzione nei confronti degli infermieri che questa Federazione rappresenta ma soprattutto la volontà di intraprendere una collaborazione costruttiva finalizzata al miglioramento della condizione del professionista infermiere militare e della Polizia – oggi circa 4mila unità -, risorsa irrinunciabile per le Amministrazioni in cui è inquadrato ma non di meno per la società civile e per il cittadino in qualsiasi contesto”. Barbara Mangiacavalli, presidente della Federazione nazionale Ipasvi, ha aperto così la scorsa settimana a Roma il convegno “L’infermiere militare nelle Forze Armate e di Polizia. Uno sguardo al passato, una riflessione sul presente ed una considerazione sul futuro” , al quale sono intervenuti i rappresentanti delle Forze armate e della Polizia e dei ministeri che a diverso titolo costituiscono i riferimenti di questi professionisti.

Un mondo, ha sottolineato Mangiacavalli, che ha un doppio ruolo di difesa: quello della salute  e quello dei cittadini e della loro libertà e che rappresenta un’eccellenza per il nostro Paese, come è emerso dal confronto con altri grandi paesi europei, illustrato dall’Ammiraglio Filippo Crociata, Capo ufficio ricerche e sviluppo tecnologico dell’Ispettorato generale sanità militare, intervenuto in rappresentanza del Generale Enrico Tomao, Ispettore generale della Sanità militare. Nella sua lettura magistrale l’Ammiraglio Crociata ha illustrato lo stato dell’arte in ambito militare europeo (in particolare quello della situazione Francese, che dà ampio spazio, anche finanziario, alla gendarmeria, ai medici e agli infermieri della difesa nazionale; ma anche quello Inglese, dove l’integrazione tra civili e militari è totale; per finire con quello Tedesco, che è l’esempio di integrazione accreditata e validata per eccellenza, anzi in Germania è la sanità civile ad affidarsi a quella militare) e ha poi ricordato che occorrerebbe un riordino complessivo di tutti i settori rendendoli omogenei, anche attraverso il riconoscimento delle competenze in relazione all’inquadramento nel ruolo.

 

In Italia, ha spiegato l’Ammiraglio nel suo intervento, il processo in atto – sia endo-organizzativo sia inter-organizzativo – coinvolge necessariamente in modo considerevole il personale sanitario militare. Tutto questo in quanto occorre garantirne un impegno professionale quantitativamente e qualitativamente adeguato in termini di efficienza ed efficacia (non solo a livello di output immediato, ma anche a livello di outcome e di significatività strategica della funzione sanitaria implementata).

 

Le ricadute positive di una riorganizzazione con finalità di innalzamento della qualità, anche e soprattutto in chiave di integrazione, riguardano principalmente la formazione professionale on the job, di assoluta necessità, soprattutto per la pluralizzazione delle mansioni e dei contesti operativo-relazionali (assolutamente indispensabile per una componente sanitaria, come quella militare, impegnata nell’assolvimento di compiti in costante evoluzione).

 

Questo riguarda non solo le emergenze, ma anche l’ordinaria amministrazione, sia le modalità di trattamento sia la strumentazione impiegata. Il tutto in un contesto caratterizzato dall’estrema variabilità delle condizioni di salute e da caratteristiche socio-culturali dei destinatari degli interventi sanitari che tendono a cambiare più rapidamente rispetto al passato.

 

La spinta all’integrazione con il SSN potrebbe assolvere un ruolo cruciale in tale possibile processo.

A questo riguardo, vanno però adeguatamente considerate le dinamiche che caratterizzano il SSN. Esigenze anche in questo caso di natura in primo luogo economica hanno determinato nella sanità civile una innovazione che presenta evidenti risvolti inerenti la cultura organizzativa.

 

Il riferimento va soprattutto alla progressiva diffusione dei concetti di accuratezza e appropriatezza, ma soprattutto dell’esigenza di non applicarli in senso generico, bensì di documentarne, quantificarne e, quindi, valutarne (in itinere, attraverso opportune azioni di monitoraggio, o ex post) l’effettiva o la mancata applicazione.

 

Alla luce di tale nuovo approccio organizzativo e gestionale del SSN, nel caso di una cooperazione strutturale avanzata (una autentica integrazione) sarebbe praticamente inevitabile per le strutture (e gli operatori) del SSM l’erogazione di servizi anche a pazienti non militari. Tale caratterizzazione, risulterebbe peraltro perfettamente allineata – come abbiamo visto – a quella delle organizzazioni sanitarie militari dei principali Paesi occidentali e ispirata sia dalla consapevolezza della strettissima relazione esistente tra volume di attività e qualità delle prestazioni (che potrebbe invece essere messa a rischio da un impegno operativo troppo votato alla gestione dello straordinario) sia dalla conoscenza delle concrete opportunità di attirare risorse economiche non direttamente attribuite al bilancio della Difesa.

Al di là di quelli di natura economica, i principali benefici saranno quelli formativi, di cui beneficeranno i professionisti del SSM.

 

“A tal proposito – ha detto –  qualche breve considerazione proprio sulle risorse umane. Sotto questo profilo, occorre in primo luogo sottolineare l’eccellenza italiana, ovvero una qualità media degli operatori civili e militari di primissimo livello, di per sé in grado di compensare buona parte dell’eventuale divario quantitativo e strutturale esistente.

In tale contesto, l’infermiere riveste un ruolo di particolare rilevanza, in quanto in grado di esprimere una diretta ‘funzione di garanzia e di essenziale salvaguardia del paziente’.

 

Per concludere, l’integrazione formalmente interna rappresenta la premessa contestuale in cui sviluppare e rafforzare le sinergie tra SSM e SSN. Peraltro, lo scambio di competenze e la collaborazione con le realtà sanitarie civili del Paese, in particolare ospedaliere, garantirebbe ai militari il massimo dell’assistenza e amplierebbe la gamma dei servizi offerti alla collettività, sia nell’ambito dei servizi ospedalieri sia in caso di grandi calamità, in un’ottica di qualità e risparmio.

Pur tuttavia, questi non possono essere considerati obiettivi di una specifica componente, bensì dell’intero sistema sanitario e più in generale della Pubblica Amministrazione (Difesa compresa) del nostro Paese”.

 

Per quanto riguarda la Polizia, Fabrizio Ciprani, Dirigente superiore medico della Polizia di Stato, delegato al convegno dal Capo della Polizia Alessandro Pansa, ha sottolineato che “i nostri Infermieri devono essere preparati e anche meglio degli Infermieri civili, soprattutto perché sono spesso chiamati a lavorare in settori e compiti specifici dell’assistenza e in momenti critici della sicurezza locale e nazionale; gli Infermieri e i Medici di Polizia non hanno strutture adeguate di ricovero come le forze militari; i nostri Infermieri vengono però inquadrati dal punto di vista del lavoro ed economicamente in un livello più basso di chi in Polizia non ha lo stesso livello di studi e questo non va bene; questa situazione va modificata, si deve dare il giusto riconoscimento a uomini e donne che servono lo Stato e che tutti i giorni mettono a disposizione la loro esperienza e le loro competenze”.

 

Gran parte delle indagini oggi in essere in Italia, ha aggiunto,  riguardano ambiti sanitari e pensare di avere degli Infermieri di Polizia demotivati e senza ruolo ben definito è impensabile. E se lo dice un medico vuol dire che qualcosa deve cambiare. Come cambia la scienza, cambia la sanità e cambiano le competenze degli uomini e delle donne che sono tutti i giorni al servizio della popolazione civile italiana.

 

La storia e l’attività della sanità nei diversi corpi militari e nella Polizia, sono state illustrate nelle relazioni al convegno, il cui svolgimento è stato presieduto da Pierpaolo Pateri, membro del Comitato centrale Ipasvi che ha anche curato l’organizzazione scientifica dell’evento.

 

Sugli infermieri di Polizia e il loro inquadramento per riconoscerne meriti e formazione è intervenuto il Revisore tecnico infermiere Maurizio Bellini. L’Infermiere nella Polizia di Stato, ha spiegato, compare nel 1930 (Regio decreto 30 novembre 1930 n. 1629 art. 30). Oggi è inquadrato con un DPR del 1982 e il suo livello, anche economico, va da quello di un possessore di terza media fino al massimo di un diplomato. Per di più non è prevista l’iscrizione all’Ipasvi, anche se, ha spiegato Bellini, gli infermieri di Polizia sono tutti iscritti perché “ci sentiamo di appartenere al mondo degli infermieri italiani”. l’infermiere di Polizia ha anche un profilo professionale interno dal 1985, che però lo ‘sottomette’ al medico e non gli dà la responsabilità dell’assistenza infermieristica. Si occupa di sanità pubblica, di attività forense, di area critica, di formazione, di medicina del lavoro, di azioni di polizia vera e propria, di burocrazia.  Oggi gli infermieri in organico sono 216, mal distribuiti:  occorrono nuovi e urgenti concorsi, va riadeguata la norma che disciplina l’attività infermieristica e va aggiornata al profilo professionale dell’infermiere stabilito dal D.M. 739/94 e a tutte le norme successive. Deve poi essere garantito l’aggiornamento professionale sia come ECM che con la possibilità di svolgere studi di livello universitario. Oggi, ha spiegato Bellini, l’infermiere di Polizia non è inquadrato nel ruolo direttivo: seppure laureato infatti si ferma  al settore di revisore tecnico, identico a chi ha la terza media. Occorre modificare la legge e inquadrare gli infermieri tra i commissari di Polizia o vicini ai Commissari; gli infermieri devono essere inquadrati nel ruolo professionale dei sanitari (come i medici).

 

Per quanto riguarda gli infermieri nell’Esercito il quadro è stato tracciato dal 1° Maresciallo luogotenente infermiere Tarquinio Fornari. Le origini degli infermieri militari, ha spiegato Fornari, risalgono al 1644; più tardi nascono gli “ospedali volanti” e gli “ospedali reali”; nel 1833/48 nasce il Corpo Sanitario dell’Esercito Italiano; nel 1848 nasce la prima Compagnia degli Infermieri; solo nel 2000 però si inizia a parlare prepotentemente di Infermieri militari e grazie all’interessamento della Federazione nazionale dei Collegi Ipasvi; nel 1975 nasce lo Stanag n. 2122 e compare per la prima volta il ruolo dell’infermiere. Nel 1978 con la la Legge n. 833 si tiene conto degli infermieri militari e solo nel 2010 con il Dlgs n. 66 si stabilisce qual è il loro ruolo nell’Esercito Italiano e nell’ambito civile. I compiti sono: attività di diagnosi, cura e riabilitazione; accertamento dell’idoneità al servizio; attività medico-legali; attività di medicina preventiva; formazione sanitaria del personale; supporto logistico alle Forze Armate; collaborazione fattiva con la protezione civile. L’infermiere militare opera in vare strutture italiane e può operare anche all’estero nell’ambito di caserme interforze e in missione. Il DM 18 aprile 2002 prevede che chi non può lavorare più nell’ambito militare possa passare anche all’ambito civile, ma ci sono, tuttavia, tante criticità: concorsi, formazione, inquadramento professionale, riconoscimento dei titoli accademici. Con la Legge Madia secondo Fornari si potrebbero risolvere molte di queste criticità e restituire dignità a tutti gli infermieri militari in Italia o provvisoriamente all’Estero.

 

Gli infermieri della marina Militare, ha spiegato il Maresciallo Paolo Carbonaro, seguono una formazione specifica a Taranto sotto l’egida dell’Università degli Studi di Bari. La formazione è continua, ma non c’è un preciso inquadramento professionale. Il percorso di laurea infermieristica è una combinazione di tecniche e saperi civili e militari, navali nel caso specifico. L’addestramento militare è molto rigido, come lo è anche quello civile e al termine del primo anno l’allievo infermiere va per navi ed è sottoposto al cosiddetto battesimo del mare. Gli Infermieri della Marina possono accedere anche a formazione estera in collaborazione con le forze degli Stati Europei e della Nato.  L’operatività dell’Infermiere di bordo ha acquisito competenze specialistiche in superficie, lungo i mari e in scenari subacquei e iperbarici. In assenza del medico di bordo l’infermiere di Marina diventa la guida unica in ambito sanitario, ma non si sostituisce al medico, anzi collabora con lui in un clima di perfetta integrazione. L’infermiere di Marina può specializzarsi in attività subacquee e in camere iperbariche militari, intervenendo direttamente in caso di emergenza anche nelle profondità marine e anche in soccorso a piloti militari in caso di sinistri, di schianto o di ammaraggio del velivolo. L’infermiere di Marina è impiegato nelle operazioni di salvataggio degli immigrati clandestini; uomini e donne sono impegnati tutti i giorni nel salvaguardare la vita dei militari e dei civili in mare. Il profilo psicologico dell’infermiere di Marina è chiaro e preciso: deve essere sempre disponibile, deve partecipare e fare formazione, deve riconoscere i segni e sintomi dello stress lavorativo. Carbonaro ha però illustrato anche il rovescio della medaglia: occorre un riconoscimento professionale adeguato alle reali competenze acquisite e validate, anche in carriera.

 

La storia degli infermieri militari e dell’Aeronautica è assai antica, ha spiegato il 1° Maresciallo Camillo Borzacchiello: Napoleone fu uno dei primi a istituire strutture sanitarie organizzate. In Italia è il Re Carlo Alberto a volere la prima struttura organizzata; nel 1848, 360 infermieri militari furono impiegati alle dipendenze degli ufficiali medici; con Pio IX (Stato Pontificio) vennero impiegati 126 infermieri militari in Vaticano. Anche i Borboni istituirono un comparto militare, comprendendo al suo interno anche gli infermieri; nel 1908 vengono istituite in Italia le infermiere del Corpo Militare. La sanità militare attuale deve la sua nascita a Padre Pio da Pietrelcina, che fece il militare però solo per un breve periodo ammalandosi di TBC. A partire dagli anni ’60 gli infermieri italiani hanno visto progressivamente realizzarsi il loro profilo professionale, attraverso un’adeguata formazione dapprima parauniversitaria e poi universitaria a pieno titolo ed è per questo, ha concluso che l’Infermiere attuale è un professionista laureato ad alta perfusione culturale e scientifica e gli Infermieri in Aeronautica, quindi,  hanno gli stessi diritti e doveri degli infermieri militari, con le medesime criticità.

 

Infine, dell’infermiere nell’Arma dei Carabinieri ha parlato al convegno il Maresciallo Capo Pierluigi Porcedda. In Italia, ha spiegato, ci sono 40 infermerie disseminate con strutture incentrate in massima parte nella Regione Lazio. Il personale sanitario dell’arma è costituito da 117 medici e 2 farmacisti, 185 infermieri (ispettori, soprintendenti e appuntati), 42 operatori sanitari provenienti da altre figure professionali; tutto il personale è inquadrato nel ruolo classico, non vi è un riconoscimento specifico, anche se specifiche sono le sue competenze: si occupa di medicina preventiva, di assistenza, riabilitazione e cura, di sostegno psicologico, di medicina legale e del lavoro, di educazione sanitaria; in alcune occasioni sostituisce il medico, ma è raro. Prevalentemente l’attività sanitaria è disciplinata dal medico e l’infermiere dell’Arma collabora con lui. Gli Infermieri sono presenti in alcuni corpi speciali dei Carabinieri (GIS, Subacquei ecc.) e il personale infermieristico è ridotto rispetto alle esigenze assistenziali dell’Arma. Per questo Porcedda ha sottolineato la necessità di riflettere sull’incremento di personale di settore, ricordando che, tra le altre criticità, c’è l’obbligo per gli infermieri di assistere tutti i colleghi che lo necessitano e in totale assenza della parte medica. Di fatto quello che prima era una necessità oggi è un obbligo, ma il personale è troppo esiguo. Inoltre, va detto che molti sono utilizzati anche in altri compiti, per cui spesso si viene meno alla missione infermieristica. Anche le risorse per la formazione e l’aggiornamento sono sempre più ridotte e anche in questo caso per gli infermieri dei Carabinieri si dovrebbe stabilire il giusto inquadramento, omogeneizzando le carriere.

Ha chiuso i lavori una tavola rotonda a cui hanno partecipato oltre agli esponenti militari Riccardo Guarducci, Contrammiraglio (capo uffici del personale ispettorato sanità Marina Militare) e Piervalerio Manfroni, Generale Ispettore – Capo del servizio Sanitario Aeronautica Militare, Cecilia Maceli  dell’Ufficio per l’organizzazione del personale del ministero della Funzione Pubblica, Saverio Proia, esperto del ministero della Salute e la presidente Ipasvi Barbara Mangiacavalli.

Secondo il Contrammiraglio Guarducci, durante il convegno sono state ben esplicate le modalità di inquadramento dell’infermiere nei corpi militari nazionali. La qualifica di sergente non rende giustizia, ad esempio, al grado di formazione accademica dell’infermiere moderno. Il grado di maresciallo viene quindi accordato a chi possiede una laurea di primo livello, mentre per la specialistica o la magistrale il grado corrispondente è quello di ufficiale. Tuttavia, di infermieri ufficiali, in Italia, ce ne sono poche. Il perché è da ricerca nei tagli agli organici. Un infermiere ufficiale, in pratica, sarebbe una risorsa in meno in ambito clinico, in quanto con funzioni meramente direttive e di coordinamento. Un “lusso” che a quanto pare, i corpi militari non possono permettersi al momento. Tuttavia, dal 2017, cambierà qualcosa nelle modalità di reclutamento. Non si accederà solamente con il diploma (in qualità, quindi, di allievo maresciallo durante il percorso accademico), ma sarà possibile partecipare a selezioni anche con la laurea di primo livello, e quindi con inquadramento iniziale già da maresciallo.

 

Per il Generale Manfroni la sanità militare è pienamente proiettata nel futuro. Ci sono praterie inesplorate sui cui dobbiamo essere presenti. Pensiamo ad esempio a tutto quello che è la medicina aerospaziale: dall’assistenza al personale aeronavigante alla selezione degli astronauti. Nessuna università italiana, ad esempio, è attrezzata in tal senso. C’è poi il tema del trasporto feriti in volo, del trasporto di pazienti infetti, con malattie contagiose. Anche questo è un mondo tutto da esplorare, da implementare, su cui possiamo essere all’avanguardia. Immaginiamo anche la nascita di ospedali di pronto soccorso, attrezzati per l’emergenza e organizzati in maniera sostanzialmente diversa ai pronto soccorso degli nostri attuali ospedali.

 

Bisogna favorire un’autonomia reale della sanità militare, ha sottolineato Cecilia  Maceli, in un contesto però che finalmente crei una uguaglianza a livello di inquadramento professionale dei professionisti sanitari, a partire dagli infermieri. In ambito “civile”, infatti, entrano nel sistema con un inquadramento equivalente a quello del funzionario di categoria D, mentre abbiamo visto che in ambito militare un laureato può anche ricoprire un ruolo di terzo livello. Molto si farà con il Dpcm sulla semplificazione della Pa, che prevede tabelle di equiparazione tra personale civile e militare, anche per favorire un reale sviluppo di carriera in quest’ultimo ambito.

 

E per Saverio Proia, le regioni stanno dimostrando di apprezzare la sanità militare, in Emilia Romagna, ad esempio, sono già in piedi interessanti accordi. Questo perché siamo in presenza di professionisti con competenze avanzate. Resta il problema di dare piena attuazione alla legge istitutiva n.833, integrandola nel modo giusto con il dettato del nuovo patto della salute, con la valorizzazione del territorio e la vocazione degli ospedali principalmente acuzie e urgenze/emergenze.

 

La tavola rotonda è stata interrotta per alcuni minuiti da un evento speciale: i saluti in diretta dei medici e infermieri del contingente italiano in Afghanistan. La presidente e il riconoscimento dei partecipanti che hanno a lungo applaudito il collegamento e i colleghi  ha sottolineato che  gli operatori sanitari militari nei luoghi di guerra rappresentano l’orgoglio italiano nei campi dove tutti i giorni vivono in maniera diretta il dolore, la sofferenza e la morte.

 

“Siamo contenti e orgogliosi – ha concluso la presidente Mangiacavalli – di aver oggi inaugurato un percorso poco battuto finora, facendo da punto di incontro tra ministero, funzione pubblica e sanità militare. Apprezziamo lo sforzo di superare le differenze di inquadramento, ma ci sono sicuramente molti spazi per migliorare l’attuale impianto normativo”. Fonte FNC ipasvi

 

 

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