Toxoplasmosi, come evitarla senza rinunciare al gatto

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Le preoccupazioni, per chi ha dei gatti in casa, scattano nelle prime settimane di gravidanza. L’animale può rimanere in casa o è il momento di metterlo alla porta? È questa la domanda che si pongono quasi tutte le donne in dolce attesa, preoccupate dalla possibilità di contrarre dall’animale la toxoplasmosi: un’infezione di origine parassitaria (Toxoplasma Gondii il nome del patogeno che ne è responsabile) trasmissibile al feto, che come conseguenza potrebbe registrare un alterato sviluppo del sistema nervoso centrale. Ma è davvero impossibile continuare a far convivere una donna incinta con un gatto?

TOXOPLASMOSI: QUALE PREVENZIONE?

«Il problema è conosciuto, ma va ridimensionato», sgombra il campo dai dubbi Alda Natale, dirigente veterinario presso il laboratorio di sierologia e malattie pianificate della struttura complessa di Padova e Adria dell’Istituto Zooprofilattico delle Venezie. «Il gatto, sul piano epidemiologico, è fondamentale per il mantenimento del ciclo vitale della toxoplasmosi. Ma l’animale che vive in un ambiente domestico, che si alimenta soltanto con croccantini o cibi cotti, ha un rischio molto basso di espellere il parassita con le feci. Ben diversa può invece essere la situazione se si entra a contatto con un gatto selvatico».

O comunque con un animale che, pur vivendo in casa, ha la possibilità di muoversi in un giardino. A dare il là alla trasmissione del patogeno sono quasi sempre i felini giovani. Se si è a contatto con loro, è sufficiente comunque una pulizia adeguata della lettiera, che nel caso di una famiglia che aspetta un bambino non deve essere assolta dalla donna incinta. È bene sapere che la forma del parassita espulsa dal gatto è molto resistente e può sopravvivere nel suolo anche per più di un anno. Più che il contatto diretto con l’animale, a porre a rischio la gestante è il contatto con il terreno e con eventuali ortaggi su di esso coltivati. Ecco perché la prevenzione della toxoplasmosi chiama in causa anche la dieta.

INDICAZIONI PER LA TAVOLA

Tra le principali fonti di infezione per la donna ci sono gli ortaggi, la frutta fresca (che deve essere lavata sotto l’acqua corrente), le verdure poco cotte e la carne. Anche polli, ovini e suini possono infettarsi per contatto diretto con un suolo contaminato. Motivo per cui occorre fare attenzione anche alla carne e consumarla sempre ben cotta. Come documentato da uno studio europeo pubblicato all’inizio del secolo sul «British Medical Journal», dal trenta al 63 per cento dei casi di infezione sono dovuti all’assunzione di prodotti di origine animale non preparati a dovere. È quindi necessario evitare di assaggiare la carne mentre la si prepara e lavarsi molto bene le mani sotto acqua corrente dopo averla toccata. Spesso le donne incinte accantonano, per l’intera durata della gravidanza, insalata, fragole, wurstel, speck, prosciutto crudo, bresaola, salame e pesto non congelato. Nessun problema, ma è bene anche sapere che i prodotti di origine vegetale possono essere consumati: purché ben lavati. Così come le carni indicate, se cotte in maniera corretta. Anche gli strumenti con cui si maneggiano questi alimenti devono essere igienizzati in maniera adeguata, per ridurre il rischio di contagio.

PREVENZIONE E TRATTAMENTO

Tutte le donne, se inconsapevoli di una precedente infezione (possibile, visto che spesso risulta asintomatica), effettuano il test per la toxoplasmosi nelle prime otto settimane di gravidanza. In caso di positività – ovvero di precedente esposizione al patogeno – la donna viene infatti considerata protetta, per la presenza di anticorpi diretti contro il Toxoplasma Gondii. In caso contrario, alla gestante si richiedono altri due controlli nel corso della gravidanza, a venti e a trentasei settimane, per escludere la possibilità di essersi infettata in corso d’opera. Di fronte a una positività, alla donna viene somministrato un trattamento antibiotico mirato. Se l’infezione è confermata, il nascituro, anche se apparentemente sano, dovrà comunque essere seguito per tutto il primo anno di vita, al fine di escludere danni cerebrali e visivi che potrebbero insorgere nei mesi successivi. I feti contagiati nelle prime settimane di gravidanza sono quelli che subiscono le conseguenze più gravi dell’infezione congenita.

FONTE LA STAMPA

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