Tumore al seno, dal Sant’Orsola una via contro le recidive ‘incurabili’

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Un passo avanti decisivo contro le metastasi del tumore al seno. Una scoperta che potrà consentire di ‘aggredire’ anche i casi – il 10% del totale, circa 3.000 all’anno soltanto in Italia – in cui la malattia si ripresenta, magari dopo anni, in forme che fino ad oggi risultavano difficilmente curabili. È il risultato messo a segno presso la Breast Unit del Policlinico di Sant’Orsola dal professor Mario Taffurelli e dal professor Massimiliano Bonafè, con una ricerca che è stata pubblicata su Nature.com, la ‘bibbia’ della ricerca scientifica.

Circa il 70% dei tumori al seno hanno origini ormonali. Si tratta di circa 30mila nuovi casi all’anno in Italia. Nonostante l’intervento chirurgico e le terapie, il 10% di questi presenta ricadute. “Questo avviene – spiega il professor Mario Taffurelli, responsabile della Breast Unit del Sant’Orsola, una delle 8 ad aver ricevuto in Italia la certificazione europea Eusoma – perché le cellule staminali del tumore, essendo difficilmente individuabili, possono riuscire a sopravvivere, generando un nuovo episodio e, soprattutto, metastasi anche ad anni di distanza”.

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L’esperienza clinica dimostra che queste recidive sono però difficilmente curabili. Quello che l’equipe del Sant’Orsola ha verificato con la propria ricerca è proprio l’origine di questa ‘invincibilità’ delle nuove metastasi. “Durante il periodo di latenza le cellule staminali del tumore – spiega il professor Bonafè del Centro di ricerca biomedica applicata (CRBA), realtà di eccellenza scientifica nata 15 anni fa dalla sinergia tra l’Università e il Policlinico – sfruttano una citochina con cui il nostro corpo si difende dalle infezioni, anche le più banali, per ‘corazzarsi’ contro le terapie, che risultano così inefficaci”.

La corazza che dovrebbe difenderci dalle infezioni e che il tumore usa per contrastare le terapie si chiama interleukina6. Si tratta di una scoperta fondamentale, anche perché esiste già un farmaco – un anticorpo monoclonale – in grado di bloccare questa citochina, normalmente utilizzato nelle terapie per l’artrite reumatoide. Il prossimo passo sarà avviare un trail sperimentale o uno studio sponsorizzato per passare dal laboratorio all’utilizzo in corsia.

Proprio grazie alla collaborazione tra queste due realtà – la ricerca e la cura – è stato possibile raggiungere questo risultato. La ricerca ha visto lavorare insieme i due rispettivi Dipartimenti universitari – DIMES e DIMEC. “Abbiamo portato i biologi molecolari del CRBA – racconta Taffurelli – in corsia con noi per capire insieme che cosa si doveva cercare, come in laboratorio ci potevano aiutare a trovare nuove strade anche per quei casi che sembravano non curabili”.

Lo studio pubblicato da Nature.com è firmato, oltre che da Mario Taffurelli e Massimiliano Bonafè, dal gruppo dell’Anatomia patologica della patologia mammaria del Sant’Orsola coordinato da Donatella Santini, e da Pasquale Sansone, ricercatore cresciuto a Bologna, oggi al lavoro presso il Memorial Sloan Kettering Cancer Center di New York, ospedale punto di riferimento negli USA per il tumore alla mammella. (nella foto: un incontro settimanale della Breast Unit del Sant’Orsola).

Fonte: www.aosp.bo.it

 

 

 

 

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