Epatite C, Italia modello in Europa per trattamento

Share on Facebook0Share on Google+0Share on LinkedIn0Tweet about this on Twitter

STUDIO PUBBLICATO SU RIVISTA AMERICANA ‘HEPATOLOGY’ (DIRE)

Roma, 25 lug. – Trattare tutti i pazienti con epatite cronica da virus dell’epatite C con i nuovi farmaci ad azione antivirale migliora lo stato di salute e risulta essere sostenibile. E’ questo il risultato dello studio ‘Modelling cost-effectiveness and health gains of a ‘universal’ vs. ‘prioritized’ HCV treatment policy in a real-life cohort”, condotto nell’ambito della piattaforma italiana per lo studio delle Terapie dell’epatite virale (Piter), coordinata dal Centro per la salute globale dell’Istituto Superiore di Sanità in collaborazione con l’Associazione italiana per lo studio del fegato (Aisf), la Societa’ italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) e l’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi sanitari dell’Universita’ Cattolica del Sacro Cuore (Altems).

Lo studio, che coinvolge circa 100 centri clinici distribuiti su tutto il territorio nazionale, viene pubblicato oggi sulla prestigiosa rivista dell’Associazione americana Hepatology per lo studio delle malattie del fegato.

“L’Italia rappresenta una peculiarita’ per quanto riguarda l’infezione da virus dell’epatite C- dice Walter Ricciardi, presidente dell’Iss- in quanto e’ uno dei Paesi con maggior prevalenza dell’infezione in Europa. Per questo motivo, il nostro studio, che ha permesso di generalizzare i dati di costo beneficio a partire dai dati di pazienti arruolati nella coorte Piter senza nessuna discriminazione in termini socio-demografici e di assistenza sanitaria, fa dell’Italia un modello per l’Europa e per il mondo. Un utile strumento per la messa a punto di strategie di ampliamento dell’accesso ai farmaci anti epatite C e, dunque, per raggiungere l’obiettivo dell’Oms di eliminare l’infezione da HCV entro il 2030, con una strategia globale che prevede la riduzione del 65% delle morti correlate all’infezione da HCV e il trattamento di almeno l’80% degli individui con epatite cronica da HCV”.

Prosegue Stefano Vella, direttore del Centro per la Salute globale dell’Iss e presidente dell’Agenzia italiana del Farmaco (Aifa): “Considerati questi target e, parallelamente, le restrizioni all’uso dei farmaci ad azione antivirale in quasi in tutto il mondo a causa dei loro prezzi alti, ci e’ sembrato di fondamentale importanza valutare quali sarebbero i benefici e i costi di un trattamento ‘universale’ di tutti i pazienti e non solo dei pazienti ‘prioritizzati’, ovvero con malattia avanzata del fegato. Ebbene, i risultati dell’indagine supportano da un punto di vista scientifico la recente politica annunciata e messa in atto dall’Aifa, quella cioe’ di trattare tutti i pazienti con infezione cronica da HCV, proprio per gli importanti guadagni in termini di salute e per la parallela riduzione nel tempo dei costi sostenuti dal Servizio sanitario nazionale”.

I ricercatori hanno valutato il profilo di costo-efficacia della politica sanitaria ‘universale’ attraverso un approccio di proiezione modellistica in 8.125 pazienti della coorte Piter generalizzati per un contesto europeo, applicando la media europea dei prezzi dei farmaci anti-epatite C e del costo della malattia epatica da virus dell’epatite C. “Lo studio ha dimostrato- sottolinea la dottoressa Loreta Kondili, ricercatore presso il Centro per la salute globale dell’Iss e responsabile scientifico di Piter- che in entrambi i contesti (italiano ed europeo) il trattamento di tutti i pazienti con infezione cronica da HCV, anche in stadi di malattia lieve, consente benefici superiori in termini di salute, rispetto all’applicazione della politica di trattamento prioritizzato”.

I benefici proiettati negli anni dopo l’eliminazione del virus con la terapia antivirale, prosegue l’esperta, sin “nelle fasi precoci del danno del fegato, sono stimati in casi evitati di pazienti con cirrosi del fegato e con tutte le conseguenti complicanze (quali scompenso della cirrosi, sviluppo di epatocarcinoma, bisogno di trapianto di fegato e morte a causa della malattia di fegato), nel miglioramento della qualita’ di vita dei pazienti guariti, e nella riduzione dei costi sanitari delle cure in riferimento alle patologie HCV correlate”.

E’ stato valutato, aggiunge ancora Kondili, il profilo “costo/beneficio incrementale interpretabile come costo sostenuto per un anno di vita guadagnata in piena salute applicando la politica ‘universale’ versus quella ‘prioritizzata’. Questo rapporto di costo/beneficio incrementale, varia tra € 8.775 (per lo scenario italiano) a 19.541,75 euro (per lo scenario generalizzato europeo) per ogni anno di vita in buona salute guadagnata (Quality Adjusted Life Years – QALY), entrambe stime nettamente inferiori rispetto alla soglia di 35mila euro per QALY sotto la quale un intervento sanitario e’ considerato un corretto investimento in salute dall’Istituto di Eccellenza clinica londinese (Nice). Lo studio valuta e conclude che unitamente a un abbassamento progressivo dei prezzi dei farmaci antivirali, arrivando ad una soglia di circa 4mila euro a regime terapeutico, trattare tutti i pazienti indipendentemente dallo stadio del danno del fegato risulta essere una politica lungimirante e ‘determinante’- conclude- in quanto comporta maggiori benefici con minor costi per il sistema sanitario”. (Cds/Dire)

Potrebbe interessarti...