2 agosto 1980. Un orologio fermo nel dolore

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Agosto è sempre stato il mese delle ferie, soprattutto per molti impiegati e operai, per i ragazzi che vanno in riviera, per i nonni che portano al mare i nipoti, per turisti che vengono a rilassarsi nelle acque calde di Rimini, Riccione, Cattolica, etc.

Quella mattina chissà quante sveglie hanno suonato presto per far alzare le persone per dirigersi, finalmente, verso le agognate vacanze.

Ma c’è un altro mondo oltre a quello di chi parte per le vacanze, c’è il mondo di chi tutti i giorni si alza presto per andare al lavoro, in treno o in autobus; c’è il mondo di tante persone che spesso diamo per scontate e che in tanti posti le troviamo perché ci lavorano.

La stazione è sempre stata un brulicare di persone, chi deve prendere il treno per lavoro, chi porta la nipotina al mare, chi ruba un bacio al fidanzato mentre aspetta il treno per la prima vacanza insieme, chi deve rientrare a casa, chi lavora nell’edicola e tutti i giorni vende giornali e riviste a mille facce sconosciute, chi si sveglia all’alba e si mette dietro al bancone a servirci il caffè in ogni modo fantasioso con cui riusciamo a chiederlo, ci sono i bigliettai che staccano i biglietti per le tratte richieste, ci sono poliziotti che vigilano passeggiando fra i binari.

La stazione di Bologna è grande, imponente, bella.

L’aria d’estate è calda, afosa, ci sono le cicale che friniscono ininterrottamente.

C’è una sala d’aspetto alla stazione di Bologna, è una sala d’aspetto un po’ “strana, solitamente le vediamo con i muri e le vetrate; questa è particolare.

C’è un muro spezzato da uno squarcio, molti ci passano davanti quotidianamente, c’è chi va oltre con la testa china su uno smartphone o con la testa immersa in mille pensieri e cose da fare.

E poi ci sono quelli che silenziosamente rallentano il passo, si fermano e accarezzano quel muro come per accarezzare ciò che si trova dall’altra parte, nella sala d’attesa.

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Nella sala d’attesa su quel muro c’è una lapide di marmo.

Su quella lapide 85 nomi.

85 vite spezzate.

85 famiglie interrotte.

85 amici strappati.

85 cuori fermati.

Di queste 85 persone la più piccola aveva 3 anni.

Quella lapide ci riporta lì, prendendoci per il cuore, togliendoci il fiato.

Toccandola, all’improvviso noi bolognesi, veniamo catapultati in quella sala d’aspetto, sentiamo il vociare delle persone in attesa di partire, sentiamo le risate di quella bambina, incrociamo lo sguardo di quei due ragazzi innamorati, sentiamo il profumo di pulito dei vestiti delle signore, sentiamo i ventagli muoversi ritmicamente, poi sentiamo quel boato, quel rumore assordante, le orecchie che fischiano, l’odore del cemento che entra nei polmoni e li fa bruciare, poi dolore, quel dolore di ritrovarsi intrappolati, ci sale il terrore perché non capiamo, non capiamo come ci siamo ritrovati in quell’inferno di acciaio, cemento e dolore.

Fuori, in lontananza, si sentono le sirene, i clacson, le grida.

Si sente qualche lamento provenire chissà dove, non ben definito, è un lamento o sono le nostre orecchie che fischiano ancora? Il cuore batte all’impazzata.

La gente corre, si spostano macerie a mani nude perchè non si ha tempo per le finezze, qua ci sono persone sotto i detriti non si può stare fermi.

Tutti si rimboccano le maniche.

Loro sono lì, magari riusciamo a salvare più persone possibili.

200 feriti.

Una mano che spunta da sotto le macerie, dai dai svelti che é viva!!

Le ambulanze affollano il piazzale.

Fanno avanti e indietro dagli ospedali senza sosta.

Si scava gomito a gomito, si estraggono feriti ma si tirano fuori anche corpi, a volte irriconoscibili, dilaniati dall’esplosione, ustionati da tutto quell’esplosivo.

Molti verranno riconosciuti da piccoli dettagli, i vestiti, un bracciale, un orologio.

Ci sono medici e infermieri che non hanno mollato.

Sono volati in stazione ad aiutare.

Sono rimasti a oltranza in turno per curare.

Ci sono poliziotti, carabinieri, vigili del fuoco, persone comuni che si sono messi a scavare fra sangue e macerie per strappare al dolore e alla morte quante più persone possibili.

C’è un autobus, quell’autobus che è entrato nella memoria, il 37.

Su quell’autobus vengono adagiati i corpi, coperti da lenzuoli bianchi, disposti ordinatamente, rispettosamente per non infierire ulteriormente verso chi non aveva idea di finire in un inferno del genere.

Ci sono 85 persone che da 40 anni attendono giustizia.

C’è un orologio, fermo alle 10.20, nella stazione di Bologna.

C’è un orologio fermo nel dolore.

 

di Laura Berti 

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