Con voi e per voi, al di là di qualsiasi armatura

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Nel lutto vengono identificate 5 fasi: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione

Ognuno di noi le vive in maniera diversa, quello che so è che perdere chi si ama lascia dei vuoti, delle cicatrici, ci sembra che muoia un pezzo del nostro cuore e della nostra anima.

Non c’è una scala che possa dare una misura universale al dolore che proviamo perdendo qualcuno, so solo che si impara a convivere con il dolore che pian piano si attenua e la nostalgia.

Ci si rende conto che la nostra vita continua e, a volte, ci sentiamo anche in colpa ma l’amore per chi abbiamo perso sarà sempre parte del nostro essere.

Ci saranno canzoni, profumi, posti, film e frasi che in un momento qualsiasi di una giornata apparentemente normale porteranno nuovamente a galla tutte le emozioni e il dolore.

Ho imparato che va bene.

Ho imparato che il dolore non deve essere sempre combattuto, va anche abbracciato e lasciato sfogare, che il dolore non va nascosto sempre e comunque, che va bene essere fragili.

Va bene anche ricordare, va bene pensare che chi abbiamo perso ci manca, è normale ed  è anche significativo del bene che provavamo per loro.

Non è sempre giusto morire, non è giusto semplicemente perché le persone che amiamo vorremmo sempre averle al nostro fianco.

Dovremmo semplicemente ricordarci di dire quel “ti voglio bene”, di dare quell’abbraccio che magari rimandiamo, dovremmo imparare ad amare sempre, tutti i giorni.

Questa giornata in cui ricordiamo tutte le persone che abbiamo perduto dovrebbe essere un momento per ricordarci tutti i momenti belli che abbiamo condiviso con loro e portarli sempre nei nostri ricordi.

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“Le fiabe non raccontano ai bambini che i draghi esistono. I bambini sanno già che i draghi esistono. Le fiabe raccontano ai bambini che i draghi possono essere uccisi” Gilbert Keith Chesterton

Da sempre si nasce, si vive e si muore, è ineluttabile.

Nel mezzo ci può essere la malattia.

Nel mezzo, in quel caso, ci siamo noi, medici, infermieri e tutti gli operatori e professionisti del mondo della sanità.

Siamo sempre stati al fianco delle persone, dei nostri pazienti e di voi familiari nell’affrontare tutti gli aspetti della vita.

Siamo lì quando si nasce, siamo lì quando si fa prevenzione, siamo lì quando si è ammalati e siamo lì quando si muore.

Siamo mani che accarezzano, mani che tengono le mani di chi abbiamo in cura, siamo voci che rassicurano, incoraggiano e spiegano, siamo sorrisi nascosti da una mascherina, siamo occhi che vi guardano anche mentre dormite, siamo accanto a voi quando ci raccontate la vostra vita, dei vostri amori e dei vostri figli, nipoti, parenti, delle vostre vicissitudini, ridiamo e scherziamo con pazienti e parenti quando si può farlo ma siamo anche quelli che vi abbracciano nei momenti di sconforto, che ascoltano il vostro dolore e se ne fanno carico.

Da sempre siamo stati al fianco delle persone.

Ma il nostro è un lavoro fatto anche di armature.

Ci svegliamo la mattina abbracciati alle nostre fragilità e debolezze che, una volta indossata la nostra divisa, proteggiamo indossando la nostra armatura per poi togliercela a fine turno per tornare a casa.

Questa ci permette di affrontare con fierezza e determinazione le vittorie e le sconfitte della nostra vita lavorativa, ci permette di proteggere anima, mente e cuore per tornare a casa regalando sorrisi e affetti alle nostre famiglie anche nelle giornate lavorative peggiori.

Le nostre armature sono sempre state belle, come quelle dei cavalieri dei re, maestose, resistenti e scintillanti; capaci di farci affrontare anche i draghi come nei racconti epici dove i cavalieri tornavano trionfanti.

Il nostro lavoro è fatto di consapevolezze, sappiamo di essere umani e dobbiamo essere umani, non siamo infallibili e sappiamo che la morte è un aspetto della nostra professione che cerchiamo di contrastare fin quando possibile al meglio delle nostre possibilità, ma al tempo stesso accettandola con rispetto in quanto farà sempre parte del ciclo della vita.

Da febbraio 2020 ad oggi, dopo due anni di pandemia le nostre armature che credevamo invincibili le vediamo graffiate, ammaccate e un po’ opache; non perché abbiamo perso l’amore per questa professione e per il prenderci cura dei nostri pazienti, ma perché spesso, anzi, troppo spesso abbiamo dovuto affrontare la morte dei nostri pazienti e dei vostri familiari in ritmi che in anni e anni di professione molti di noi non hanno mai visto.

E queste sono comunque cicatrici che faranno parte del nostro vissuto personale e professionale.

L’anno scorso scrissi che eravamo pieni di cicatrici, avevamo ferite e smagliature dell’anima perché ci erano morti pazienti più spesso di quanto sia umanamente sopportabile. Eravamo andati in frantumi talmente tante volte per i nostri pazienti deceduti che non avevamo più frammenti da riattaccare, le nostre emozioni e le nostre anime erano ormai composte da polvere di stelle per quante volte ci eravamo sentiti andare in frantumi senza avere il tempo di metabolizzare.

Perchè perdere un paziente non è mai una cosa a cui ci si fa l’abitudine.

Tutti noi abbiamo bene in mente il primo paziente che ci è morto, è una sorta di ricordo indelebile perché nessuno ci può preparare a quello che proveremo.

Ma quando si arriva al punto di superare il limite umanamente sopportabile di pazienti, anzi di persone, che vediamo morire a causa del COVID, ci si sente disintegrati.

Non so se c’è un limite a quanti pazienti si possa sopportare di veder morire.

Non so se c’è un limite a quanto dolore si sa che proveranno i parenti quando gli verrà data la notizia.

Non so se c’è un limite al punto di frammentazione della nostra anima che ci fa arrivare a trovarci a piangere mentre torniamo a casa, sconfitti ma consapevoli e determinati ad amare ancora quello che facciamo.

Noi forse tutti questi limiti li abbiamo superati a causa del COVID, non so quanto integri, ma di sicuro con ancora la voglia di fare un lavoro che abbiamo scelto per passione e non per vocazione.

Abbiamo pianto per i vostri cari, abbiamo pianto per voi e a volte con voi.

Tutti i nostri pazienti che abbiamo perso saranno sempre delle cicatrici che ci porteremo dentro ma sappiamo che eravamo lì a prenderci cura di loro fino alla fine tenendogli anche la mano se possibile perché non si dovrebbe mai morire da soli.

Quello che posso dirvi è che noi saremo sempre professionisti e persone preparate, al vostro fianco, vostri alleati e non vostri nemici.

Quello che so è che noi saremo sempre pronti a combattere i draghi, anche con le armature di latta, di acciaio o di cartapesta, anche in frantumi troveremo la forza e le capacità per rialzarci e combattere i mostri e i draghi come abbiamo sempre fatto con voi e per voi.

 

Laura Berti, Infermiera della Rianimazione dell’Ospedale Maggiore di Bologna

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