Al S.Orsola la storia di Lavinia: 423 grammi alla nascita

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Torna il festival della scienza medica, l’annuale appuntamento promosso dalla Fondazione Cassa di Risparmio in Bologna, da Genus Bononiae – Musei nella Città e in collaborazione con l’Università di Bologna, che da oggi e fino al 22 maggio si propone di riflettere sulla nuova condizione umana al tempo della longevità: quante persone siamo nel corso della nostra, sperabilmente, lunga vita? Quante diverse età attraversiamo? E se ci ammaliamo, come cambia il rapporto con la malattia nel tempo, dall’esperienza prenatale a quella della senescenza?

L’edizione 2016 non poteva che iniziare con la toccante storia della piccola Lavinia. Nata nel dicembre del 2014 di appena 23 settimane all’Ospedale Sant’Orsola di Bologna e che oggi è apparsa allegra insieme ai suoi genitori tra gli applausi commossi di chi nella Sala degli Atti di Palazzo Re Enzo ne ha rivissuto la storia.

lavinia

Una storia raccontata dagli stessi protagonisti e dal prof. Giacomo Faldella, direttore della Neonatologia, dove la piccola paziente è stata ricoverata per oltre 4 mesi.

“Se Lavinia fosse nata anche solo pochi anni fa, nei suoi 423 grammi per 22 centimetri quasi certamente non ce l’avrebbe fatta” evidenzia il prof. Faldella.

“La storia della neonatologia è talvolta anche paradossale – ha detto il professor Luigi Tommaso Corvaglia, responsabile della Terapia intensiva neonatale del S.Orsola – Per un secolo non è successo niente e poi negli ultimi 25 anni è successo tutto. Tutto quello che ci ha portato, ad oggi a consentire la sopravvivenza di oltre il 90% dei bambini che nascono sotto il chilo e mezzo. Come la storia di Lavinia che abbiamo sentito raccontare. Una storia abbastanza estrema perché la bimba è nata di 23 settimane che è quasi la metà di una gravidanza normale che arriva a 40 settimane”.

“Ormai tutte le terapie intensive neonatali – ha detto il professore – hanno un personale dedicato, non esiste più l’infermiere generico che fa tutto. Sono infermieri che fanno solo quel tipo di lavoro, sono medici che fanno solo quel tipo di lavoro e lavorano in equipe molto strette tra di loro”. Il terzo elemento, infine, è “quello di mettere in equilibrio la tecnologia e l’invasività con altre modalità di cure che in qualche modo si prendono in carico anche lo sviluppo del sistema nervoso centrale provando di salvaguardare lo stato di benessere generale del bambino. Perché da questo dipende anche la prognosi. Quindi ambienti adatti, riduzione degli stimoli, attenzione al dolore che viene misurato e curato quotidianamente. Gli infermieri hanno delle scale di misurazione del dolore che applicano almeno tre volte al giorno. Quindi – ha concluso Corvaglia – è una scienza in evoluzione che in questo momento tenta di riavvicinare uomo e macchina che forse è il segreto di tutto. Del successo attuale ed è la direzione in cui stiamo andando”.

Fonte: ANSA

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